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Il Brigantaggio, tra storia e leggenda

I briganti si denominarono, dapprima in Francia, degli avventurieri armati, uomini privi di posizione sociale, disoccupati, violenti, adusati al saccheggio e alle ruberie, disertori, fuggitivi di galera, grassatori, ladri riuniti in bande e disciplinati sotto l’autorità di un capo, attentano a mano armata alle persone e alle proprietà, compiono rapine, vendette, violenze, saccheggi, terrorizzano e sfruttano la popolazione, godono spesso delle simpatie delle classi più umili e sofferenti. Sommo interesse storico-giuridico ha per noi il brigantaggio che scoppiò nel mezzogiorno d’Italia subito dopo la sua annessione allo stato unitario. L’impresa dei “mille” nel meridione appare, ancora oggi, avvolta da un alone leggendario. Le regioni più povere e depresse d’Italia furono pervase da fermenti e spinte rivoluzionarie che erano di ostacolo alla politica di Vittorio Emanuele e del Cavour in modo particolare, preoccupato com’era di realizzare il suo progetto unitario sotto lo scettro di Casa Savoia. Al trionfale passaggio di Garibaldi le popolazioni insorgevano contro Francesco II, abbattendo le insegne borboniche e issando il tricolore. Gli intellettuali democratici, i carbonari, i contadini, gli operai, ai quali si aggiunsero i proprietari liberali, in quei giorni di sconvolgimento vedevano ormai realizzato il sogno di avere migliori condizioni di vita ed una società più giusta.

Ma il sogno restò tale, infatti dopo che Garibaldi ebbe unificato l'Italia sotto il dominio sabaudo, le misere condizioni in cui versavano i contadini assillati da continue tasse, privati anche di quei pochi diritti che il regime borbonico non aveva loro negato, si inasprirono ancora.  L'opposizione contro le amministrazioni comunali, nasceva dal fatto che queste erano costituite dall'alta borghesia che si era impadronita del patrimonio demaniale. Quella delle terre demaniali fu la vera molla che fece scattare la ribellione delle popolazioni, poiché su queste terre i contadini, fino ad allora avevano tratto il necessario per vivere. Era loro permesso infatti di raccogliere gratuitamente la legna, i prodotti spontanei ed anche mettere a coltura piccoli appezzamenti.  Alla povera gente, non restò che mettere in atto una serie di azioni contro municipi e contro le case dei gentiluomini, contro i simboli piemontesi e contro tutto ciò che aveva determinato il cambiamento. Le genti, particolarmente al sud, o meglio, in quello che era il Regno delle due Sicilie, ebbero una reazione di ribellione aperta e col brigantaggio si davano alla macchia per poi compiere rapine, omicidi, violenze e seminare il terrore.

I briganti furono contadini, braccianti, pastori che si sentirono defraudati. Gente che non accettò la sopraffazione e si ribellò alle ingiustizie ed ai soprusi dei potenti. Dichiarati rei per aver cercato una vendetta o per aver eluso l'arruolamento nell'esercito piemontese che poteva esser prolungato per anni ed anni. Rei per essere stati costretti a sparare contro i Reali Carabinieri rendendo così irrevocabile il loro stato di banditi. Fra di essi anche soldati e uomini d'onore, che si sono rifiutati di prestare giuramento di fedeltà ai Savoia in quanto già hanno giurato per i borboni.  Queste bande di fuorilegge erano piccoli gruppi con un capo, che si imponeva per prestigio personale o per ferocia, con sede stabile sui monti. Vestivano di panno nero, cappelli a larghe tese e mantelli di lana. Per eludere  i rastrellamenti dell'esercito, si spostavano continuamente e al buio, erano costretti a notti all'addiaccio, veglie, fame e lunghe marce forzate. La loro tattica era la guerriglia che prevedeva la ritirata. E se c'era un rovescio abbandonavano sul terreno l'equipaggiamento pesante per avere maggiore scioltezza nella fuga. I feriti venivano raccolti e per evitare delazioni, quelli più gravi e intrasportabili venivano uccisi e poi bruciati per renderli irriconoscibili. E difficile seguire le tracce di queste persone, poiché le loro strade spesso s'intrecciano e troviamo i loro nomi a moltissima distanza dalla loro zona abituale. I contadini del sud appoggiavano e proteggevano i briganti, che erano ritenuti audaci nel vendicare i torti subiti contro lo Stato dei signori e galantuomini.

Antonio di Nardo, Gaetano Manzo, Antonino Maratea, Alfonso Carbone, Fra' Diavolo, restano di fatto figure mistiche e nomi ancora oggi osannati. Il mito del brigante-patriota che si oppone ai soprusi dei signorotti locali e poi all'invasione francese.

ANTONINO MARATEA detto Ciardullo "Capobrigante"

con alcuni gregari

foto da "Per la storia del brigantaggio nel Napoletano" Edizione Osanna Venosa, 1990

 
 

Antonino Maratea detto Ciardullo agiva tra le montagne di Avellino, Senerchia, Calabritto, e la piana del Sele, a capo di una banda formata di caprai e contadini. Ciardullo fu sospettato dell'omicidio di Antonio Viviani avvenuto l'8 aprile 1863 a Campagna. Qui c'erano due partiti, entrambi decisi a combattere il nuovo governo, uno dominato dai Castagna e l'altro dal barone Perrotti. Ciardullo respinse le accuse, attribuendo le responsabilità a esponenti dei due partiti, a cui il Viviani era inviso per l'alienazione dei legnami del bosco Polveracchio, e per l'impianto di una fabbrica di maccheroni: depistò le indagini verso Vincenzo Castagna, capo del partito progressista ed in stretti rapporti con i briganti Pasquale Riccio e Pasquale Guarnieri detto Pettolone. Questi fu ucciso da una fucilata sparata dai soldati dietro istigazione del Castagna, che indossava una camicia garibaldina, e che con questa divisa si diede a saccheggiare le case di Valva. Garibaldi, Cialdini, Pallavicini, i nomi degli uomini del Risorgimento cominciavano a circolare anche fra briganti. Da Montoro di Avellino era sceso a Campagna Beniamino Margherita che divenne amministratore dei beni della ricca famiglia Cervone ed era protetto da Ciardullo. Si narrava che Ciardullo avesse indossato la divisa di ufficiale dei Carabinieri ed era entrato in paese su una carrozzella. Recatosi nell'ufficio del Delegato di Pubblica Sicurezza ed aiutato dai compagni, legò i funzionari e andò via. Fu una beffa memorabile. Un'azione del generale Pallavicini pose fine alla banda, i cui componenti furono catturati nel corso di un agguato predisposto da un "collaboratore" o spia; Ciardullo, già catturato il 19 giugno 1859, poi fu arruolato nell'esercito borbonico e mandato in Calabria per resistere a Garibaldi. Con gli sbandati, tornò in paese, e si arruolò nuovamente, questa volta nell'esercito italiano. Collocato in congedo, chiese invano un sussidio al Sindaco. Decise allora di organizzare una campagnia di uomini armati, come avevano fatto altri, e si rintanò sui monti di Senerchia. Iniziò una serie di estorsioni, rapine, furti, sequestri, sevizie, atrocità. Era un omiciattolo dagli occhi fermi, barba bionda, anelli alle dita. La sua donna, Rosaria Rotunno, che lo seguiva armata e in abito maschile benché incinta, fu arrestata nel marzo 1864. Il bottino di Ciardullo, al momento dell'arresto, era di 553.000. lire. Il Tribunale di guerra di Salerno lo condannò alla pena di morte con fucilazione alla schiena con sentenza del 30 novembre 1865, sentenza eseguita in Campagna il 1 Dicembre 1865. Molti a altri briganti furono condannati con quella sentenza.

da: G. De Matteo "Brigantaggio e Risorgimento - leggittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia"" A. Guida Editore, Napoli, 2000

AGOSTO 2010

EBBRIDIBRIGANTI
     I Sapori. i Luoghi e la Storia del Brigantaggio Picentino


Rievocazione storica ad Olevano sul Tusciano
“cronaca” di un sequestro dell’800


Uno degli appuntamenti più suggestivi che accompagnano il percorso storico- culturale ed eno-gastronomico della sesta edizione di Ebbri di Briganti è indubbiamente la spettacolare rievocazione storica che si svolgerà domenica 22 agosto 2010, ad Olevano sul Tusciano (SA) a partire dalle ore 19.00, nella frazione Salitto, loc. Cannabosto. Si tratta di una coinvolgente rappresentazione in costumi d’epoca che dura circa un’ora e mezza e vede coinvolte moltissime comparse del posto in uno dei luoghi tipici della “cupa, disperata, nera epopea” del mondo contadino meridionale come l’ha definì Levi. La cronaca di un sequestro di persona a scopo di estorsione, uno dei tanti audaci “colpi di mano” compiuti dalle piccole-medie bande brigantesche che imperversavano tra i monti Picentini negli anni dal 1862 al 1866. Vittima il prete liberale di Montecorvino Pugliano, Giuseppe Olivieri, che racconta il suo tragico incontro con i briganti in un libro uscito trent’anni dopo, Ricordi briganteschi, Storia che pare romanzo. La sera dell’11 gennaio 1864, Olivieri venne catturato a Montecorvino Pugliano insieme con il medico Luigi Calabritto, a cui i briganti taglieranno l’orecchio destro e gli lasceranno uno sfregio permanente sul volto, da una delle “sottobande” guidate da Antonino Maratea, alias Ciardullo di Campagna, il terrore della zona. La banda che portò a termine il sequestro conclusasi dopo oltre un mese di sofferenze con la liberazione dell’ostaggio (dietro pagamento di una forte cifra) era formata da Lorenzo Gasparre di Senerchia, da Luigi Cerino di Gauro, dai tre fratelli Marino di Giffoni Valle Piana e da Antonio Di Nardo, detto Nardantuono o “l’etiope di Montella”. Proprio sulla figura di questo gregario della banda Giardullo, di cui si sa poco o nulla, (“un diavolone color carbone, dal guardo scuro e bieco, e il capello sulle ventitré e tre quarti” così lo descrive l’Olivieri) si concentra una parte dello spettacolo che si svolge a ridosso del complesso monumentale della grotta dell’Angelo, in località Cannabosto. Profonda circa 700 metri la grotta presenta uno stretto cunicolo, ancora oggi quasi inaccessibile, da cui si accede infine in un‘altra grotta, situata sul monte Raione, lunga 200 metri e detta di Nardantuono, covo inespugnabile del famigerato brigante. Allo spettatore si mostreranno diversi livelli di osservazione: la storia di un episodio drammatico, l’epos brigantesco, la dimensione naturalistica e la “leggenda nera” del brigante Nardantuono. Una sorta di spettacolo, modello foresta Grancia, in sedicesimo. Fra queste montagne e questi boschi, alle quote più alte o ai piedi della Piana del Sele numerose bande armate seminarono morte e distruzione in una accanita resistenza armata contro un esercito che parlava francese e con modi di pensare lontanissimi tali da essere incomprensibili. Nella macchia ecco il passaggio della banda Ciardullo per il valico di Pappalondo, verso il fiume Tusciano e sull’aspro passo di Cannabosto (quota 550 metri), crocevia storico di fuga dei briganti verso l’Avellinese,il conflitto a fuoco con le guardie civiche di Olevano, la ritirata precipitosa verso i ripidi pendii delle montagne in una location naturale popolata da vecchi fantasmi ormai dimenticati. Giardullo fu processato a Salerno e condannato a morte, sentenza eseguita nella piazza S.Antonio a Campagna il 1 dicembre del 1865. L’evento è stato ideato e sceneggiato da Giuseppe Strafella, con la regia di Immacolata Volzone, costumi di Giuseppina Cestaro, ricerche musicali del gruppo folk “I Cemballegri. Ha collaborato Antonella Quaranta.
“Quante volte, dinanzi ai caffé,avete sparlato dei briganti e minacciato di volerne far questo e quello, ed ora siete nelle nostre mani? E siamo più potenti noi dei Re!chè d’ov’egli ha bisogno di giudici e tribunali per far la festa ad uno, noi più spicci diciamo: inginocchiatevi…” (Il CapobriganteCiardullo)

(dal comunicato Ufficio Stampa Sistema Turistico Locale “I Picentini”- Brancaccio W. e Maffeo S.)


I Comandamenti del Brigante

1. - Cercare di colpire sempre gli ufficiali e i graduati, è meglio uccidere un solo ufficiale che molti soldati (quando si colpisce la testa, le altre membra diventano inutili).

2. - Caduto l'ufficiale, gli uomini, senza direzione facilmente fuggono

3. - Non accordare mai quartiere ai feriti e ai prigionieri, ucciderli, scannarli e massacrare i cadaveri in modo da impressionare i soldati quando li ritroveranno.

4. - Il soldato quando si batterà, penserà sempre alla fine che l'aspetta se cade ferito o prigioniero e quando vedrà le brutte... scapperà...

5. - Esporre la vita per salvare un compagno, ucciderlo piuttosto che resti ferito o prigioniero dei soldati.

6. - Nei combattimenti corpo a corpo non fare le spacconate dei soldati di menare calciate di fucile; giuocare invece serrato di coltello; tirare colpi alla pancia e girarvi dentro la lama; si fanno ferite più dolorose, che si sentono subito, si vedono uscire fuori le budella, e difficilmente guariscono.

7. - Attaccare la truppa quando si ha la certezza di vincere, mantenersi nascosti, o fuggire quando non si è in numero e in posizione vantaggiosa.

8. - Mettersi tanto di notte quanto di giorno in posizioni elevate, possibilmente vicino a boscaglie, che offrono sicuro scampo, perché i soldati difficilmente vi si internano.

9. - Non risparmiare la vita dei soldati, mai e poi mai quella degli squadriglieri; far del tutto per averli vivi in mano per poi farne strazio.

10. - Durante il combattimento qualunque atto di insubordinazione o mancata obbedienza deve essere punita dal capobanda con una schioppettata nella testa.


Briganti a Battipaglia

Anche Battipaglia, in quel tempo, aveva un suo brigante, tale Gregorio Ricci. Il fenomeno del brigantaggio, sotto il governo borbonico, aveva assunto un ruolo di notevole importanza nella società meridionale, al punto di rappresentare, talora, una forza di supporto alle stesse istituzioni. Si arrivò anche ad enfatizzare la figura del brigante, il quale veniva visto dalle popolazioni come il giustiziere che toglieva a i ricchi per dare ai poveri. Con l'avvento dell'unità d'Italia, questo fenomeno, ritenuto pericoloso dai Piemontesi per il già laborioso e difficoltoso processo di unificazione, fu fortemente osteggiato e perseguitato. Infatti, nel 1863, allorché fu approvata la legge Pica, il Governo intraprese un duro attacco al brigantaggio, istituendo Consigli e Tribunali di guerra ed affidando all'esercito le operazioni di repressione. In circa un decennio, i metodi duri e spietati, usati dal generale Pallavicini, determinarono circa cinquemila arresti ed altrettanti morti, tra briganti, ricettatori e favoreggiatori. Nella storia del brigantaggio della nostra Provincia, hanno un posto di rilievo i briganti Ciccio Ciancio, Antonio Maratea, detto Ciardullo, e ........ Gaetano Tranchella e Gaetano Manzo. Quest'ultimo si diede alla macchia nel mese di aprile del 1863, all'età di 26 anni, ed il 15 maggio del 1865 sequestrò, proprio a Battipaglia, mentre tornava da Paestum, William Moens, ricco fotografo inglese, che, dopo una dura prigionia di oltre tre mesi, riottenne la libertà, dietro pagamento di un sostanzioso riscatto, a Giffoni Valle Piana il 22 agosto dello stesso anno. Ritornato in patria narrò la sua triste avventura in un libro-diario di circa 700 pagine, dal titolo "English travellers and italian brigante; a narrative of capture and captivity", dove fa del brigante Manzo una descrizione minuziosa e ricca di particolari, mettendo in evidenza non solo le sue caratteristiche fisiche, ma anche gli aspetti più salienti del suo carattere violento. Il rilascio del turista inglese avvenne grazie ali' intermediazione di don Elia Visconti di Giffoni, che, tramite il Consolato inglese, ottenne la cifra richiesta dal brigante per il riscatto, ammontante a lire 127.480, corrispondenti a trentamila ducati. Alla consegna della quarta rata della somma pattuita, il brigante rilasciò regolare ricevuta. Il brigante di Acerno ed i suoi uomini, dopo scorribande e saccheggi, spesso trovavano rifugio a Capaccio presso il vetusto Santuario della Madonna del Granato, percorrendo l'unica strada, anche se non carreggiabile, che, attraverso le Croci di Acerno (mt. 843), univa l'alta valle del Calore con quella del Tusciano. Quale sacrilegio, rifugio di briganti il tempio che aveva custodito i resti mortali dell'Apostolo Evangelista San Matteo!


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